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La ricostruzione della Diga di Mosul: come si lavora all’ombra dell’ISIS?

Il 9 luglio scorso il governo iracheno ha ufficializzato la liberazione di Mosul, una delle città chiave del Califfato Islamico, che l’aveva eletta a capitale del suo stato fantoccio. La presa di Mosul è stata salutata come uno degli eventi determinanti per la lotta all’ISIS e, secondo diversi osservatori, potrebbe segnarne l’inizio della fine.

A circa 50 chilometri a nord-ovest da Mosul sorge la diga omonima, che sbarra il corso del fiume Tigri e crea un enorme lago artificiale. La diga è di importanza fondamentale per l’intero Iraq settentrionale: da un lato fornisce l’energia elettrica ai 2 milioni di abitanti della zona di Mosul e dall’altro è la riserva d’acqua primaria per le persone – e l’agricoltura – di tutta l’area.

La Diga di Mosul, però, ha risentito di oltre un decennio di guerra e dall’estate dello scorso anno l’italiana TREVI è al lavoro per consolidarne la struttura. Le operazioni, iniziate ufficialmente nel settembre del 2016 dopo diversi mesi di preparazione, stanno quasi per concludersi, con la consegna attesa per il settembre di quest’anno.

Accanto all’azienda, un contingente di circa 500 Bersaglieri del 6° Reggimento di Trapani vigila sulla sicurezza degli addetti, degli operai e di tutte le persone che, a diverso livello, lavorano nel cantiere.

Oltre alla TREVI operano infatti sull’impianto anche diverse aziende subappaltatrici. Tra queste spicca BMD, realtà romana attiva nel settore degli impianti tecnologici e nei sistemi di videosorveglianza e antintrusione. [1]

Specializzata in sistemi per il settore della difesa, negli ultimi anni BMD ha lavorato negli scenari più “caldi” in cui sono stati impegnati i militari italiani, dall’Afghanistan alla Libia passando per Gibuti e, appunto, Mosul.

Rocco Parisi è uno dei tecnici più esperti dell’azienda e ha iniziato la sua “carriera” all’estero nel 2013, nel corso dei lavori per i sistemi di videosorveglianza nella base italiana di Herat, in Afghanistan. Lo scorso anno, poi, Parisi è stato a Mosul, per la preparazione del cantiere della diga. Gli abbiamo chiesto come si lavora all’ombra dell’ISIS.

Quando ha lavorato a Mosul?

Sono stato a Mosul dal luglio al settembre del 2016, mesi in cui ho lavorato duramente ma durante i quali ho anche vissuto un’esperienza che non avrei mai pensato di vivere. In Iraq, in particolare, BMD ha realizzato il sistema di videosorveglianza del campo della base italiana, dove ci sono gli alloggi dei soldati degli operai e gli uffici della TREVI. Di fatto si tratta del punto di partenza per tutte le attività del cantiere. Sono già stato in zone di guerra prima di Mosul, quindi già sapevo quanto è importante, una volta sul luogo, collaborare con le nostre forze armate e stabilire un rapporto con i locali.

Quali sono le principali difficoltà che si incontrano in lavorare in zone come il Medio Oriente?

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La sezione idroelettrica della Diga di Mosul, nel 2003; Credits: US Army/Brendan Stephens

Potrà sembrare banale, ma almeno in Iraq uno dei problemi più rilevanti è stato il caldo. Si tratta di aree del mondo dove in alcune ore la temperatura può facilmente raggiungere i cinquanta gradi. Per questo bisogna organizzare le attività in modo da essere maggiormente efficienti e spostare il lavoro la mattina presto o la sera. Poi la lingua, ma devo dire che l’inglese è compreso da tutti. A Mosul ci sono molti turchi e curdi e con loro si parla inglese. Al di là degli aspetti ambientali, c’è poi il tema della sicurezza, anche se in tanti anni non mi sono mai sentito a rischio. Certo, quando sono partito per la prima volta mi sono detto “chi me lo ha fatto fare”, però ho subito capito che esistono una serie di procedure e sistemi che mitigano il potenziale pericolo. Di fatto i militari italiani sono lì a garantire la sicurezza di tutto il personale che lavora con loro. A Mosul ricordo che quando operavamo all’esterno della base lo facevamo sempre con il giubbotto antiproiettile e l’elmetto, dispositivi di sicurezza messi a disposizione dall’azienda, particolarmente sensibile nei confronti del personale che opera nei teatri operativi. Inoltre quando ti sposti con i militari – ed è capitato spesso – sei di fatto equipaggiato quasi come loro. Poi c’è l’addestramento, che avviene appena arrivi al campo, in cui ti viene spiegato cosa fare in caso di allarme e quali comportamenti assumere. Rimane il fatto che i rischi ci sono. Quando ero a Mosul sentivo i bombardamenti in lontananza. La maggior parte delle volte ti senti sicuro e non pensi all’ISIS, ma devi ricordarti sempre che non stai in campeggio. Comunque, non ho mai rimpianto la scelta di andare a lavorare in zone “calde” del mondo, anche perché fortunatamente non è mai successo nulla di grave.

Quale è stato il rapporto con i soldati italiani?

I soldati italiani sono dei professionisti molto preparati e a mio avviso hanno una sensibilità unica nel condurre le missioni all’estero. I tecnici BMD sono visti come un aiuto, perché realizzano i sistemi di sorveglianza che li agevolano e li assistono nel lavoro. Di fatto siamo considerati come loro colleghi. C’è sempre stata massima collaborazione, perché sanno che stiamo lavorando per loro ed i nostri impianti possono salvare la vita di tutti. Nei momenti delicati a Mosul, la collaborazione con la forza armata che ci protegge è stata fondamentale: spesso mettevamo a fattor comune le conoscenze e gli strumenti per raggiungere obbiettivi condivisi. Questo è lo spirito che ti conquista nelle basi operative.

Che tipo di rapporto si è creato con la popolazione locale?

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I lavori sulla diga; Credits: Reuters

Dopo un po’ che vivi in un posto, i rapporti con le persone si creano normalmente, specialmente se ci lavori fianco a fianco. Diverse volte – nei limiti delle possibilità del lavoro – abbiamo anche organizzato incontri con i colleghi locali. Esistono senza dubbio delle differenze culturali, ma queste non sono mai un limite nella creazione di rapporti interpersonali. L’importante è capire le usanze altrui e, soprattutto, rispettarle. Dall’Italia, poi, è molto difficile rendersi conto di molte cose. È vero che Mosul è in una zona di guerra, ma almeno durante la mia permanenza i combattimenti hanno interessato solo una parte della città. A volte  siamo usciti a fare compere nel quartiere commerciale di una cittadina limitrofa alla diga, lì le strade erano affollate con le persone che – nel limite del possibile – cercavano di fare una vita normale.

Hai un ricordo della tua esperienza che ti piace raccontare?

Quando ero ad Herat gli afgani ci portavano i loro dolci tipici e insistevano per cenare insieme. Gli afgani ci hanno sempre visto come colleghi e amici e questo sicuramente è qualcosa che porto con me. Anche perché con molti di loro – ma anche con ragazzi di Mosul – sono rimasto in contatto grazie ai social network.

Articolo sponsorizzato con committente BMD S.R.L.